venerdì 21 gennaio 2011

Calabria terra dei Feaci ?







Specie alle ultime generazioni va attribuito il fallimento del 'progetto Calabria', inteso come costruzione di un ambiente favorevole alla crescita equilibrata delle sue genti. Sono state anzi aggravate le conseguenze di una terra ballerina e franosa ed è stato offuscato il fascino delle nostre marine e dei nostri monti. Ma ad esse va pure attribuito il merito di avere seminato la voglia di lottare, di tenere deste le speranze, anche quando i lupi si aggirano ringhiosi intorno alle nostre 'capanne'. E' il carattere dei calabresi.
Nella mitologia omerica i Feaci accolsero Ulisse con grande generosità e, sfidando Poseidone, gli offrirono la nave per il ritorno ad Itaca.
Due eminenti studiosi tedeschi, Hans & Armin Wolf dell’Università di Francoforte, attaverso una rigorosa ricostruzione scientifica riportata nel volume Die wirkliche Reise des Odysseus dimostrano come il territorio del regno dei Feaci si estendesse proprio tra i golfi di Lamezia e di Squillace.
A questo richiamo mitico si collega la poesia (di denuncia): Le linee del mare.
Nel racconto Le cicate, venato invece di malinconia, scrivo di un mio avo. La storia e i personaggi sono interamente frutto di fantasia, mentre più verosimile è l'ambientazione.
Un contesto, quello di Serrastretta, nei tempi andati assai vivace , ora piuttosto di tipo autunnale, come le castagne che qualcuno ancora vi raccoglie. Si costruiscono sempre le sedie ma anche in questo settore è forte la concorrenza dell'oriente.
Recentemente ho ben mangiato in un ristorante di Serrastretta ma sono rimasti assai perplessi quando ho chiesto un vino locale, proponendomene in alternativa uno di Martirano. Eppure fino agli anni 60, la mia famiglia produceva in località 'Monache' briosi vinelli.
Ricordo poi i miei risvegli all'alba per lo sferragliare dei muli, grevi di carbone o di tronchi, tra le irte stradine del paese o la sorprendente vista delle donne che portavano in equilibrio sulla testa, su un panno intrecciato e anche senza l'ausilio delle mani, 10 e più sedie incastrate tra di loro. Uomini e muli uniti nel comune destino di guadagnarsi paglia e pagnotta con le offerte del bosco. Ora predomina il silenzio.

Lento come i muli era anche il trenino delle Calabro-Lucane; più di un ora per percorrere i 30 km che collegavano Serrastretta a Catanzaro, Sfidava i dirupi e in uno di questi rotolò nel 1961, trascinando con sè  71  vite. 

LE LINEE DEL MARE

Prologo

Mythos: gesta, narrazioni,
ma nel  sanscrito mi-mi-te:
muggito, belato…
camminare in gregge.
Transumanze fra i miti
le linee del  mare
anfratti
orizzonti
prore
moli
barriere
richiamano percorsi interiori
e arsure reali.

Scena prima

Greggi di uomini
hanno abbandonato i monti
e sono scesi verso il mare.
Scilla e Cariddi
Hera Lacinia
Capo Vaticano
le orme di Ulisse
un galeone turco.
Radici, reminescenze?
Oblio!
Il mare dei depuratori sigillati
e delle macchie devastate,
delle seconde case senz’acqua
(come le prime),
il mare delle tangenti
e il mare delle piovre.

Scena seconda:

C’è sempre qualcuno
tra i potenti del pianeta
che vuole il gioco tutto per sé.
Sulla scacchiera arroventata
ogni mossa scioglie una lama di ghiaccio
e il mare  dilata il suo respiro.
Il mare dei  porti e dei vicoli
il mare degli oceani  e delle piazze
rulla sulla pelle
della nuova generazione
le ragioni mancate
di tante storie:
un turista occasionale
un clandestino curdo
un cassonetto bruciato
lo spurgo di una petroliera
una siringa sulla sabbia
la pubblicità globale di una regata
la linfa dell’ultimo tonno.

Scena terza

Il restauro del  mare
con la cornucopia  d’Europa.
Nel dubbio tra passato o futuro
gli infanti
attingono  sempre ai miti del gregge:
un verosimile color cemento
con striature nero- fogna.
E’ il nuovo colore del mare.

Epilogo

Calabria: “Mediterraneo da scoprire”:
Hanno registrato
il marchio del mare
costa degli aranci
dei cedri
dei gelsomini,
costa viola
costa degli dei…
per contendere alla terra
il consumo delle falde
e alla luna quello dei sogni.
Le falde?
I sogni?
Sopravvivono  solo le faide:
approdi di  Circe
non dei Feaci

LE CICATE



Le consuete dispute familiari sulle proprietà e l'incuria nel tempo hanno ridotto l'antica cappella di famiglia in un cumulo di macerie e di quella lapide non vi è più traccia. Come è accaduto ai marmi e ai fregi dei templi greci sarà stata riciclata.

Benché l'avessi intravista una volta sola, l'incisione mi è rimasta impressa tra le memorie dell'infanzia non per il contenuto (oscuro) ma poiché vi compariva proprio il mio nome.

Tanti anni fa, mio padre, in una sorta di rito delle rimembranze tra i loculi degli antenati, mi aveva mostrato la lapide, appartenuta ad un fratello di mio nonno, commentando: “era un po' matto, allevava le talpe”.

Non avendo allora dimestichezza con i "matti" e non distinguendo le talpe dai topi, l'accostamento mi era parso di scarso interesse; “creature strane” avrò pensato...

Mi aveva incuriosito di più una stravaganza domestica: improvvisamente, la sala da pranzo della nostra casa, (la più tiepida, esposta al sole e in un paesino rinserrato tra le montagne non era cosa da poco),era stata trasformata in un intrico di rami per farvi crescere famelici vermi che chiamavano "bachi da seta".

E ancora di più mi sorprendevano le premure di tutta la famiglia nei loro confronti con un via vai dall'orto per raccogliere foglie di gelso, di cui erano ghiotti, mentre io, che preferivo le more, specie quelle che tingevano le mani di un rosso che sembrava sangue, dovevo procurarmele da solo, con qualche rischio a cui nessuno badava.

Non appena divenni grandicello e non ebbi più timore della "mano morta" che faceva ruzzolare per le scale i bambini che si arrampicavano in soffitta, durante una ricognizione, scorsi in un angolo,tra escrementi fossili di colombi, un mucchio di ferri da stiro, alcuni intatti, altri smembrati e ne accennai ad una zia che abitava con noi ed era l'unica che non mi avrebbe rimproveratoper l'esplorazione tra pioli e tavole sconnesse.

Li costruiva un fratello di tuo nonno, che si chiamava come te” e aggiunse con un tono complice, “prima che allevasse le talpe; le male lingue sussurravano che era matto… invece era il più intelligente della famiglia”.(Non mi resi subito conto dell'ambiguità della referenza).

Trascorsi il resto dell'estate assemblando viti, bulloni e piastre per comporre fantastiche macchine da guerra, dimentico dei vermi e delle talpe.

Quando, molti anni dopo, mio padre posò con riverenza sul ripiano del caminetto uno di quei vecchi ferri da stiro, mi rammentai di quella storia e ne chiesi un ragguaglio a mia zia, ormai novantenne.

Effettivamente, a metà ottocento, il nostro avo aveva avviato una piccola fabbrica di ferri da stiro (a carbone) e con vezzosa vanità l'aveva registrata come la “Premiata ditta dei Perri da stiro”. Benché in quell'epoca e in quelle zone boscose della Calabria, vi fosse abbondanza di carbone e non di vestiti, la fabbrica conobbe egualmente un periodo florido grazie all'arguzia di un fratello prete che aveva suggerito ai parrocchiani l'idea d'inserire il ferro da stiro nel corredo dotale.

Con l'avvento dell'energia elettrica e la preferenza di molti paesani per il carbone delle miniere belghe, a costo di lasciarci la vita, le fornaci erano state progressivamente spente e l'area circostante, già grigia per la polvere ferrosa, era divenuta ancora più spettrale per la comparsa di tanti minuscoli crateri. Senza il calpestio dei muli e dei carrie dello scatarro dei lavoratori, era divenuta un habitat ideale per le talpe tanto che i crateri si erano estesi anche all'interno dei capannoni.

Per la frustrazione o per placare la noia oppure per l'annidarsi della follia, l'avo decise di educare le talpe... di abituarle alla luce e, trascurando la moglie, i figli e ogni altra occupazione, dedicò il resto della sua esistenza a questi animaletti, che chiamava affettuosamente "cicate"

Senza badare alle spese, fece costruire all'interno di un capannone delle vasche di mattoni profonde tre palmi e dopo averle riempite di torba vi disseminò migliaia di lombrichi provenienti dai migliori allevamenti del polesine; lo dotò poi di un impianto per l'illuminazione elettrica mentre gran parte dei paesani utilizzavano i lumini con l'olio fritto. In un tramezzo divisorio tra il suo ufficio e il capannone inserì una lastra di vetro annerito per potere osservare, inavvertito, le timidissime creature, rassegnandosi perfino a tenere spento il toscano la cui accensione iniziava con la tostatura mattutina dell'orzo ed era sopravvissuta per dieci lustri ai borbottii della consorte. E attese...

Attese per diverse settimane poiché delle cicate, forse disturbate dal trambusto preparatorio e dalla luce della pur fioca lampadina, non vi era più segno; in fondo, avrebbero avuto validi motivi per stare alla larga dagli uomini, anche per via di certi intrugli indigesti che essi versavano nelle tane (il più comune era l'olio di ricino).

Finalmente una mattina percepì un gradito grufolare e subito dopo un musetto glabro fece capolino dal bordo di una buca; ma, neppure il tempo di gongolare,e la cicata si dileguò tra i meandri del terreno. Per sua buona sorte, alla stessa ora del giorno successivo la cicata si sporse per intero dal cratere; spiò, annusò e percependo interessanti vibrazioni si diresse zigzagando verso le vasche dei lombrichi e lì s'inabissò. Dopo un bel po', come un batiscafo in miniatura, emerse torpidamente dai fondali e con le zampette monche saltellò verso la tana. L'andirivieni continuò per diverse settimane nonostante l' aumento periodico della luminosità delle lampadine, poi cessò.

Deluso e deriso (i familiari invocavano un più proficuo allevamento di maiali)fu sul punto di rinunciare all'esperimento, quando dopo tre mesi, alla solita ora (l'orologio interno?) la talpa venne fuori seguita da 5 cuccioli e tutta la compagnia si diresse con disinvoltura verso la mensa. Le talpe non temevano più la luce e la vista dell'avo si annebbiò per la commozione!

Negli anni successivi, intere brigate di talpe, presumibilmente discendenti dalla prima progenitrice (la cicatrice), girellavano fuori dalle tane anche quando i raggi del sole, attraverso i finestroni aperti, ravvivano l'interno della fabbrica.

Quando morì, trovarono vergato sul testamento che quel terreno era assegnato alle talpe (un' "area protetta" diremmo oggi). Il notaio non ritenne giuridicamente proponibile la donazione e gli eredi ne cedettero la proprietà al comune. Vi sorse una scuola che, per quietarne l'anima bislacca, gli fu intitolata. In seguito, per l'emigrazione e la denatalità fu riconvertita in ospizio comunale.

Ora, i pochi vecchi sopravvissuti sono stati riclassificati come "anziani non autosufficienti" e sono stati trasferiti nei cunicoli di una residenza sanitaria (privata) dove, con cura, vengono abituati al buio. Il silenzio è ritornato tra i viali e le aiuole e sono ricomparse le buche. Quale razza di talpa vi si è insediata? Ma oggi chi bada alle talpe?

C.P., non fidandosi dei discendenti, aveva predisposto da tempo la sua lapide con l'incisione di un epitaffio che mi è rimasto impresso tra le memorie dell'infanzia:

E' più facile educare
le talpe alla luce
che gli uomini:
in mente stat oscuritas”.

Un riferimento a se stesso?



Nessun commento: